Volevo diventare ricco

di adf


Io volevo diventare ricco. O meglio, io credevo di poter diventare ricco. Ero piuttosto convinto di di poterlo diventare. La mia famiglia non era ricca. Non era nemmeno lontanamente benestante, a dir la verità. Ma io ero convinto di essere meglio di loro, di vivere tempi migliori dei loro, di avere maggiori opportunità. E in definitiva, sarei diventato ricco.

cigar

I miei genitori erano semplici impiegati. Per di più erano separati da quando io avevo sette anni. Non che questo di per sé fosse un ostacolo per le mie convinzioni, ma di certo non era di aiuto a creare una situazione economica tale da poter costituire una ‘base di lancio’ favorevole alle mie aspettative. Eppure ero convinto che ce l’avrei fatta ad andare oltre i risultati che avevano raggiunto loro. Sarei diventato ricco. Non nel senso che un giorno avrei acceso un sigaro con un biglietto da 50 euro (o da 100.000 lire, considerando l’epoca). Ma sufficientemente ricco da poter vivere agiatamente. I segnali mi sembravano inequivocabili. A scuola ero bravo. Studiare non mi pesava. Non ero un secchione, ma mi veniva tutto piuttosto facile. I risultati erano ottimi. I miei amici più stretti (uno in particolare) mi ripeteva spesso che si vedeva proprio che sarei diventato una persona di successo (!). Anche alcuni dei miei professori si sbilanciavano prevedendo per me un brillante futuro. Per questo mi sembrò del tutto normale impegnarmi professionalmente già a 18 anni, iniziare a lavorare (e comunque iscrivermi all’università) otto ore al giorno, dodici mesi all’anno, mentre i miei amici tentennavano indecisi su quale strada far prendere alle proprie vite. E quando fu chiaro che non avrei potuto portare avanti entrambi gli impegni, mi venne naturale scegliere di mollare l’università. D’altra parte ero una persona speciale, un predestinato. Questo non significa, ci tengo a dirlo, che vivessi all’insegna dell’avidità. E neanche della tirchieria… purtroppo. Anzi, spendevo e spandevo… ma tanto inevitabilmente i soldi non sarebbero mai stati un problema per me. Avevo già un lavoro, un bel lavoro, e soprattutto uno stipendio, che ai miei occhi era la conferma che ce l’avrei fatta, sarei diventato ricco. A 22 anni vivevo da solo, a Milano, con un praticantato giornalistico offertomi grazie a un concatenarsi incredibile di coincidenze. A 24 anni ero un giornalista professionista. Nessuna meraviglia, da parte mia. Era tutto normale. Tutto intorno a me sembrava sottolineare come puntare a fare carriera, a guadagnare sempre di più, a spendere sempre di più, fosse la normalità. I miei amici storici, intanto, galleggiavano all’università, vivevano ancora nelle loro camerette a casa dei genitori e collezionavano lavoretti per sbarcare i sabato sera e qualche viaggetto estivo a base di interrail e campeggi. Non vorrei essere frainteso. Non mi sentivo superiore a nessuno. Semplicemente mi reputavo fortunato (e sufficientemente in gamba) da aver riconosciuto fra le occasioni che mi si presentavano, il percorso giusto per raggiungere quel futuro che una buona stella aveva deciso per me. Ci sarebbero arrivati anche i miei amici, prima o poi. Perché fare carriera, avere soldi da spendere, bei vestiti e belle macchine era la normalità. E le conferme si susseguivano: orami stufo della situazione lavorativa in cui mi trovavo a Milano, mi si aprì una nuova opportunità professionale a Roma, proprio pochi mesi prima che che il giornale per cui lavoravo a Milano chiudesse i battenti. E l’obiettivo di sempre sembrava ancora più vicino. Mettere su famiglia fu una naturale conseguenza, una nuova tappa di un percorso luminoso. L’idea che sarei diventato un professionista destinato a una vita tranquilla e soddisfacente non mi mollò neanche quando cominciarono le prime difficoltà, sei anni fa.

Adesso non so dire quale sia stato il momento esatto in cui invece ho capito che, senza ombra di dubbio, io ricco non sarei mai diventato. Non so dire quando è successo, ma è successo. Io oggi so perfettamente che non diventerò ricco. E il bello è che non me ne importa proprio nulla. Zero. Se penso che per tanti anni era stato, non solo il mio chiodo fisso, ma anche una ‘inevitabile certezza’, mi viene quasi da ridere. Probabilmente succede a tutti. A un certo punto ci si accorge che la propria vita ha preso una certa strada che ci ha portati lontano da dove pensavamo, eravamo convinti o sognavamo di arrivare. O più probabilmente, invece, non succede a tutti. C’è sicuramente chi ha ottenuto il 100% di quello che si aspettava… Ma non è questo che mi interessa. Quello che mi interessa è che, per me, non essere diventato quello che mi aspettavo, non è un grosso problema. Ci ho pensato sopra un bel po’, e credo di aver capito che non mi pesa perché quella che all’epoca mi sembrava una condizione ideale, e quindi desiderabile, oggi semplicemente ha perso valore ai miei occhi. Sia chiaro, non essendo completamente impazzito (per il momento), riesco ancora a capire che se avessi un lavoro più remunerativo, un gruzzolo di risparmi da parte, insomma se fossi più ricco, potrei farmi quel viaggio che tanto desidero, o cambiare casa, o togliermi qualche sfizio in più. Ma questo non è sufficiente a farmi sentire ‘triste’ per non essere diventato ricco. Semplicemente perché diventare ricco non è più il mio obiettivo, il mio ‘scopo di una vita’. Certo, qui nasce un problema. Perché alla fin fine un obiettivo bisogna pur averlo, no?

Alla nostra generazione è stato insegnato a perseguire il successo individuale, come scopo finale, come stile di vita. Una bella casa, una bella moglie, un lavoro remunerativo (poco importa se soddisfacente o meno), figli primi della classe, vacanze in posto da favola, una bella macchina ecc. Sono concetti che si sono propagati ovunque, in tv, al cinema, nel nostro gruppo sociale. Il problema è che se, e quando, arriva un momento in cui non ci credi più (come è successo a me), diventa difficile trovare un nuovo scopo significativo, un obiettivo chiaramente identificabile. Ecco, ora io mi trovo esattamente in questa situazione: ho puntato tutto su un cavallo, sono arrivato a due terzi della corsa e mi sono accorto che quel cavallo non mi piace più. Non è più lui il cavallo con il quale voglio correre e possibilmente vincere. Mi guardo intorno, e non ho la più pallida idea di quale sia il cavallo su cui puntare ora. Non è proprio una situazione ideale. La corsa non volge proprio al termine, ma buona parte del percorso è bello che andato. In più mi accorgo che essermi dedicato anima e corpo all’obiettivo sbagliato, mi ha fatto trascurare tante cose che invece oggi mi avrebbe fatto piacere aver coltivato a dovere. Avrei potuto viaggiare molto di più, per esempio. Avrei potuto farlo in modi diversi che a 20 o 30 anni pesano meno che a 45 anni. Avrei potuto studiare di più, leggere più libri di quanti ne ho letti (sarebbe bastato guardare meno tv). E leggere libri diversi da quelli che ho letto. Avrei magari potuto scriverne uno, di libro. Quando ero giovane, meno cinico e più entusiasta. L’elenco di cose che avrei potuto fare rischia di essere sterminato e noioso. E comunque… fuori argomento. Quello che importa veramente è altro: cosa fare adesso che l’obiettivo non è più diventare ricchi?

E voi volete ancora diventare ricchi? Se avete smesso di voler diventare ricchi, quando è successo?

Cosa volete ora dalla vostra vita?

 

 

 

Annunci