La palude del comfort

di adf


Da quando ho cominciato a guardare alla mia vita in maniera più critica, ho iniziato anche a ragionare su un non-luogo particolare che avevo sempre frequentato ma che non avevo mai ben analizzato, la mia zona di comfort. Per quanto ne ignorassi l’esistenza, questa condizionava pesantemente la mia vita. Mi permetteva di muovermi liberamente e soprattutto tranquillamente, ma solo all’interno di un recinto ben delineato e rassicurante, quello delle mie abitudini, delle mie amicizie, dei miei steccati, non solo fisici. Convincendomi ad evitare qualsiasi escursione al di fuori di questi confini, per non dover affrontare scomodità, imbarazzi, confronti, giudizi, paure.

In questo modo mi ero autoconfinato nella mia abitudinarietà, dove vivevo convinto che quello per me fosse ‘bene’. Il comfort di per se non è negativo, anzi. Però sarebbe naturale, avrebbe più senso, perseguirlo e abbandonarsi ad esso quando si è un po’ più in la con gli anni, quando si è effettivamente più vulnerabili e si ha bisogno di circondarsi di certezze. Io, e come me molti della mia generazione, invece, abbiamo cercato il comfort già da giovani, rinunciando spesso a cercare una nostra strada (con tutte le sue incertezze), in favore di quella già percorsa da altri, spesso dai nostri genitori. Facendo di quelle che erano state le loro scelte, e di quelli che erano stati i loro obiettivi, le nostre scelte e i nostri obiettivi. Il tutto per risparmiare tempo e raggiungere prima possibile quegli status che ci hanno insegnato essere desiderabili: il posto fisso, le vacanze, il grande schermo tv, l’automobile, il pranzo della domenica. E molti di noi hanno raggiunto questi ‘obiettivi’. Io per esempio. A 19 anni avevo già il mio primo contratto a tempo indeterminato, a 25 spendevo in vacanze all’estero, settimane bianche, tecnologia e bei vestiti come se piovesse, a 31 firmavo il contratto di mutuo per l’acquisto di una casa. Così facendo, però, abbiamo costruito e delimitato prima del tempo la nostra zona di comfort. Rinunciando in pratica a tutto quello che è esterno ad essa. E correndo peraltro il rischio, come è successo a me, di trovarsi impreparati, disarmati, nel momento in cui si sarebbe presentato un ‘conto da pagare’. Proprio perché si è adagiati nella propria zona di comfort, dove l’imprevisto non è un’opzione.

A costo di risultare impopolare, a questo proposito, mi permetto di invidiare (in senso buono, ovviamente) i famigerati ‘giovani’ che oggi, esasperati dalla situazione italiana, si fanno coraggio e partono, alla ricerca di un futuro. Il mio “se avessi 20 anni di meno…” non è buttato lì, tanto per dire, e ad essere sinceri, nonostante i miei quasi 45 anni, la famiglia, gli amici ecc. ecc., io l’idea di rimettermi in gioco da qualche altra parte non l’ho ancora archiviata. Ma tornando a chi è partito, e magari oggi si confronta con la vita in contesti diversi, chi in Europa, chi altrove, beh… caspita! Questo sì che è un modo netto di andare ‘oltre’ la propria zona di comfort. Niente parenti, niente amici, addirittura una lingua diversa, leggi, regolamenti, comportamenti, clima, religioni diverse… Non mi viene in mente niente di meglio per mettersi alla prova.

Ma uscire dalla propria zona di comfort non è occasione riservata a chi ha l’opportunità (o il coraggio) di partire. Ci sono modi meno estremi e più graduali per farlo. Basta cominciare. Magari analizzando quelle che sono le proprie abitudini e decidere di cambiarne una, poi magari un’altra e così via. Cambiare le proprie abitudini, e quindi crearne di nuove. Secondo logica, non appena una nuova abitudine diventerà tale, entrerà automaticamente ad essere parte integrale della nostra zona di comfort, e dunque un giorno potrebbe trasformarsi a sua volta in un’abitudine da cambiare, in un processo che pare infinito ma che ci garantisce la mobilità, il cambiamento, il rinnovamento, l’evoluzione. Certo, uscire dalla propria zona di comfort richiede uno sforzo, un sacrificio, forza di volontà. Ma cosa volete che sia cambiare il proprio modo di mangiare, o iniziare a fare un’attività sportiva, o cominciare a lavorare di meno, di fronte a chi di punto in bianco molla casa e famiglia per andare a vivere in Germania, in Svezia o addirittura in Australia? Credo sia assolutamente necessario insegnare ai propri figli ad uscire quanto più spesso possibile dalla propria zona di comfort, perché questo diventi per loro una ‘necessaria abitudine’. Al contrario di quanto hanno fatto i nostri genitori (o almeno i miei), insegnandoci piuttosto a scegliere la strada più sicura, quella più semplice, quella già battuta, quella che offre le ricompense più riconoscibili. Mi rendo conto che non sto certo sostenendo un pensiero originale. Il succo del discorso è lo stesso che c’era in tanti rimproveri brontoloni di mia nonna (“troppi vizi”, “troppe comodità”, “troppo facile”…), e di chissà quanti altri nonni…

Purtroppo da giovane non ho fatto grandi esperienze fuori dalla mia zona di comfort, se escludiamo il fatto che a 22 anni mi sono trasferito per lavoro in un’altra città, dove sono rimasto per sei anni. È stato utile e formativo, ma avrebbe potuto essere molto di più. E invece durante quegli anni ho fatto degli errori, molto stupidi. Invece di vivere pienamente quell’esperienza, quei luoghi, quelle persone, mi sono comportato come fosse semplicemente una (lunga) trasferta professionale, e basta. Quasi ogni fine settimana tornavo a Roma, a casa, in famiglia, in pratica nella mia zona di comfort (tralascio il risvolto economico della faccenda). Così facendo, rinunciavo a chissà quante esperienze, a quanti incontri, a quante escursioni fuori dalla mia zona di comfort che avrebbero potuto portarmi a vivere una vita completamente diversa da quella che vivo oggi. Inutile dire che nel momento che decisi che la mia esperienza professionale in ‘trasferta’ era finita, fu comunque verso Roma che mi rivolsi, anziché cercare magari di scoprire una terza tappa, una nuova città. Ecco, imparare ad uscire dalla propria zona di comfort potrebbe effettivamente fare la differenza nella vita di una persona.

Forse è tardi, ma per quanto mi riguarda da un po’ di tempo ho preso a sfidare sempre più spesso la mia zona di comfort. Non è facile, perché non sono abituato, ma già le mie piccole escursioni hanno reso più interessanti le mie giornate, più piene, meno… normali.

E l’effetto, a tratti, è inebriante.

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