Il pellegrino

di adf


Ero a Capalbio sabato scorso, e casualmente mi sono imbattuto in una serata di piazza dedicata alla poesia. E parte della serata era dedicata ai sonetti del Belli, poeta romano e romanesco dalla penna tagliente e dallo spirito molto audace. Fra i sonetti declamati, questo mi ha ispirato in modo particolare. Ve lo regalo, con tanto di traduzione (trovata in rete e scritta da Benedetta Colella).

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LA GOLACCIA
Quann’io vedo la ggente de sto monno,
Che ppiù ammucchia tesori e ppiù ss’ingrassa,
Più ha ffame de ricchezze, e vvò una cassa
Compaggna ar mare, che nun abbi fonno,

Dico: oh mmandra de scechi, ammassa, ammassa,
Sturba li ggiorni tui, pèrdesce er zonno,
Trafica, impiccia: eppoi? Viè ssiggnor Nonno
Cor farcione e tte stronca la matassa.

La morte sta anniscosta in ne l’orloggi;
E ggnisuno pò ddì: ddomani ancora
Sentirò bbatte er mezzoggiorno d’oggi.

Cosa fa er pellegrino poverello
Ne l’intraprenne un viaggio de quarc’ora?
Porta un pezzo de pane, e abbasta quello
.

L’INVIDIA

Quando vedo la gente di questo mondo che più accumula tesori, più si ingrassa, più ha fame di ricchezze e desidera una cassaforte senza fondo come il mare// dico: “Mandria di ciechi, accumula, accumula, agita i giorni tuoi, perdi il sonno, datti da fare, imbroglia: e poi? Viene la Morte con la falce e ti recide la matassa // La morte sta nascosta negli orologi; e nessuno può dire: domani sentirò ancora il campanile battere il mezzogiorno di oggi// Che cosa fa un povero pellegrino quando comincia un viaggetto breve? Porta con sé un pezzo di pane e quello basta.

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