Come siamo, visti da fuori

di adf


Rientro da una breve vacanza a Londra, ospite con mio figlio di mia sorella che, ormai da diversi anni, vive lì. Ogni volta che vado a Londra, o che lei torna a Roma, ad un certo punto, inevitabilmente, il discorso finisce sul confronto fra le condizioni di vita a Roma e Londra, e più in generale in Italia e in Inghilterra (o nel Regno Unito per estensione). Inutile dire che lei è contentissima della scelta fatta. Nel suo caso si è trattato di passare da una situazione di paralisi professionale assoluta (nonostante un dignitosissimo percorso di studi) a una situazione di realizzazione, non soltanto professionale, che una volta da noi veniva considerata ‘normalità’ e che oggi molti giovani vedono come un miraggio.

londra

Partita per Londra con una valigia e una stanza promessa a casa di amici, ha messo in fila un paio di esperienze lavorative qualificate, prima di quella che tuttora la impegna, l’unione con il suo compagno e, di recente, un figlio. Oggi stanno pensando di acquistare una nuova casa insieme. Come dicevo, nulla di eccezionale, semplicemente quello che fino a qualche anno fa era lecito desiderare e aspettarsi per la propria vita anche qui nel nostro paese. E che invece sta diventando quasi impossibile, non solo da realizzare, ma anche solo da immaginare. I racconti di mia sorella mi hanno fatto un’impressione particolare, era come se avendo messo il piede in un altro paese, lo avesse messo su un tapis roulant di quelli presenti negli aeroporti, nei lunghi corridoi che ti portano da un terminal a un altro, dove vedi persone che camminano a lato del tapis roulant e persone che invece ci camminano sopra. Tutti camminano alla stessa velocità, facendo lo stesso ‘lavoro’, lo stesso sforzo. Ma quelli sopra al tapis roulant arrivano prima. Ecco, è come se ‘altrove’ avessero i tapis roulant a rendere più veloce il percorso, mentre in Italia no. O meglio, è come se ‘altrove’ si possa camminare normalmente, mentre in Italia abbiamo una specie di tapis roulant che però si muove in senso contrario rispetto alla nostra direzione. Mia sorella non è l’unica persona che conosco che si è trasferita all’estero. Ce ne sono diverse, anche se con loro non ho approfondito in questo modo l’argomento. Alcuni non li conosco direttamente, ma ce li ho fra le mie amicizie di Facebook. E sempre attraverso Internet ho spesso modo di leggere le storie di altri ‘emigrati’. Che sono storie diverse ma molto simili a quella di mia sorella. Se ne vanno, in genere, perché sono stanchi di rimanere ‘fermi’ (o di camminare all’indietro), di non vedere riconosciuti i loro meriti o i loro titoli, di non riuscire a fare neanche i primo passo di quello che sanno comunque essere un percorso già lungo di per se. La loro unica scelta è partire, o lasciarsi andare all’ignavia imperante, alla delusione sistematica, al contentino saltuario. Tra quelli che partono, ce ne sono diversi che si portano dietro il livore per il paese che non li ha voluti o compresi (c’è da capirli, però rischiano di non affrontare sereni la sfida che li attende), ma nella maggior parte prevale generalmente l’amore per le proprie radici, il rimpianto per la propria città, per le amicizie, per la famiglia. Quelli partiti da poco non si sbilanciano e sperano che magari la situazione possa cambiare, ma chi è fuori già da un po’,  a tornare in Italia non ci pensa proprio, o magari non ci pensa più. Malgrado questo tifano per noi, sperano che un giorno riaddrizzeremo la schiena e sapremo risollevarci, salvando quanto di buono ancora non avremo fatto in tempo a distruggere. Però non ci credono molto. Vivono in altri paesi, di cui vedono i difetti ma soprattutto i pregi, fanno paragoni su dati di fatto e non sulle classiche favolette tipo… “l’Italia è il paese più bello del mondo”, “dove si vive meglio”, “dove si mangia meglio”, “c’è sempre il sole”, “il mare” etc. etc. Quando provi a dirglielo ti rispondono cose tipo: “pensa che noi la macchina non ce l’abbiamo, non ci serve”, “guadagno così bene che quando ho voglia prendo un aereo e me ne vado al mare”, “qui nei supermercati trovi qualsiasi tipo di cibo, di qualsiasi parte del mondo”, “qui piove, è vero, e in Italia c’è il sole, ma con quello che guadagno d’estate vengo in vacanza in Italia e faccio il ‘signore'”, “certo l’Italia è bella, ma non c’è più lavoro, preferisco vivere e lavorare in un paese un po’ meno bello”. Difficile dargli torto. Non ci credono, in una riscossa, perché sanno chi siamo (erano così anche loro), e sanno che di fronte alle quotidiane difficoltà, ai continui torti, all’illegalità imperante, alle rassicurazioni ipocrite, alla fine ci arrenderemo, e ci accontenteremo, oppure partiremo, come hanno fatto loro. Perché va detto che anche chi parte, a suo modo si è arreso. Partire non è facile, ovviamente, ma è sempre una resa. Più dignitosa, solo. Pare che a Londra ormai ci siano più italiani che a Roma. Tanto che i primi arrivati cominciano a chiedersi se c’è ancora posto (cioè lavoro) per tutti quelli che stanno arrivando ora. È un’intera generazione che sta fuggendo. È un danno enorme. Non solo oggi abbiamo una classe dirigente ridicola. Ma domani non avremo affatto una classe dirigente. Perché saranno andati tutti via. E chi sarà rimasto, sarà stanco, piegato, umiliato. Disarmato.

Questo ho visto da fuori. Da un oblò di un volo low cost. Come fosse uno specchio. Questo siamo.

Nella foto: Scritta antagonista e ristorante italiano a Londra – luglio 2013 – Viaggioleggero ©

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