Perdere il lavoro 4: La paura

di adf


Il lavoro si può perdere in diversi modi. L’azienda può fallire, o magari trasferirsi in un’altra città, oppure si può essere semplicemente licenziati, e per i motivi più disparati. Si può essere colpevoli della perdita del proprio lavoro (in toto o in parte), oppure semplicemente ci si può trovare nella scomoda posizione di subire la perdita a causa di eventi esterni o dell’azione di altre persone. E dunque la reazione a questa perdita, almeno inizialmente, può essere diversa caso per caso: sorpresa, rassegnazione, rabbia, delusione, dispiacere, tristezza, depressione, in determinati casi addirittura… felicità.

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A me, per esempio, è successo che una serie di sentimenti diversi fra loro si siano avvicendati nei primi mesi. Man mano che parlavo con altre persone di quello che mi era successo, o che riflettevo per conto mio sull’accaduto, mi accorgevo di essere arrabbiato per le indiscutibili colpe di alcune persone nei confronti dell’azienda (e dunque di tutti gli altri lavoratori), e poi deluso per il fatto che la mia professione subisse uno stop così repentino, e poi anche colpevole perché forse avrei potuto fare qualcosa di più o di diverso. Mi sono sentito anche inadeguato per non aver saputo dire di sì ad una importante offerta di lavoro ricevuta un paio d’anni prima che succedesse il fattaccio, e che mi avrebbe risparmiato molti patimenti. E all’inizio, devo essere sincero, mi ero addirittura sentito sollevato per non essere più costretto a frequentare quotidianamente alcune persone che non sopportavo più. Insomma, un vaso di Pandora di emozioni e sentimenti che si liberava ogni mattina, ogni volta che mi alzavo dal letto e mi ricordavo di non dover più andare in ufficio.

Tutto questo, però, è stato spazzato via da un sentimento molto più forte che si è fatto strada piano piano, e che gradualmente si è conquistato tutta la mia attenzione. Un sentimento che, ne sono certo, gran parte delle persone che hanno vissuto o stanno vivendo un’esperienza come la mia, ha provato o sta provando: la paura. La paura è subdola, perché quando ti attacca, non fa prigionieri, coinvolge tutto e tutti. Man mano che i mesi passavano, e diventava sempre più chiaro che non avrei trovato facilmente un altro lavoro, aumentava in me l’insicurezza, la paura di non farcela. Non avevo paura per me, sia chiaro. Per capirci, non ho mai temuto di finire sotto un ponte, a chiedere l’elemosina, o peggio. La mia paura era quella di perdere quello che avevo faticosamente costruito in tanti anni di vita e di lavoro. Per esempio ero terrorizzato dall’idea di rendere difficile la vita di mio figlio, di non potergli offrire un’istruzione degna di questo nome. Avevo paura, non solo di non potergli offrire opportunità migliori rispetto a quelle che aveva offerto a me la mia famiglia, ma di non potergliene offrire affatto. Con orrore pensavo all’eventualità di non riuscire a finire di pagare il mutuo della casa, e quindi al fatto che l’avrei persa. La cosa mi spaventava non tanto per il valore economico della casa, quanto per il fatto che la casa era l’unico investimento, l’unico bene materiale che ero riuscito a conquistare in vent’anni di lavoro. Il danno economico mi avrebbe lasciato in mutande, ma quello psicologico mi distruggeva già solo a pensarci. Avrei tagliato le gambe anche a mia moglie, che aveva investito con me. Avrei perso anche lei: i legami famigliari non avrebbero resistito a difficoltà così grandi e reiterate. Forse non sarei più riuscito a vivere con mio figlio: ci saremmo separati o sarei dovuto emigrare per cercare lavoro all’estero. La paura è subdola. E viaggia veloce.

La paura mi ha reso estremamente insicuro. Mi sono ritrovato, a quarant’anni suonati, a cercare un nuovo lavoro con addosso un’insicurezza nei miei mezzi che… neanche a diciott’anni appena uscito dal liceo. Cercavo di convincere altre persone a darmi quella fiducia che io per primo ero convinto di non meritare. Qualsiasi idea mi venisse in mente, la scartavo a priori perché non mi ritenevo in grado di portarla avanti. Mi ero annodato su me stesso, e non riuscivo più a sbrogliare la matassa.

Oggi non è più così. Come ho già avuto modo di scrivere, la mia situazione oggettiva non è cambiata molto. È tuttora molto precaria. Ho intrapreso una diversa strada professionale, nel senso che ho smesso di cercare un lavoro ‘sicuro’ (considerato com’è andata l’ultima volta, dubito che un lavoro da dipendente, almeno in una società privata, si possa ancora considerare sicuro), e ho abbracciato la libera professione. Di quale sia la professione in questione ho, al momento, un’idea un po’ confusa. Nel senso che se da un lato mi sono arreso all’evidenza che probabilmente non potrà più essere il giornalismo (trattasi di professione ormai morta e sepolta qui in Italia, riservata a pochi, per gli altri, al massimo, può essere un modo di arrotondare le entrate), dall’altro non ho ancora ben capito quale possa essere. Con il risultato che oggi faccio più cose, alcune più remunerative, altre meno (altre affatto). Però sono cose che in linea di massima mi piacciono, cose che mi piacevano anche prima, ma che non avevo tempo di coltivare (per esempio ho a che fare con la fotografia, una delle mie passioni da quando ero bambino). Aprire questo blog (non è stato il mio primo blog, ma è sicuramente quello che è durato più a lungo), mi ha dato modo di imparare molte cose su questo modo di fare comunicazione che, effettivamente, ha anche dei possibili sbocchi professionali. Ho anche avuto modo di mettere in cantiere, per poi uscirne quasi subito, una piccola avventura imprenditoriale nel campo del turismo. Pur se di breve durata, è stata un’esperienza interessante che mi ha insegnato diverse cose che potrebbero tornarmi utili in futuro. Riassumendo: la mia situazione economica non è migliorata, anche se mi sono messo su una strada che, spero, potrà portare dei miglioramenti. Però oggi non mi sento più… annodato. Oggi non ho più paura.

Se qualcuno mi chiedesse perché ora non ho più paura, come ho fatto a non avere più paura, non sono sicuro di sapergli rispondere. La situazione generale nel nostro paese è assai peggiore rispetto a quando di paura ne avevo tanta, in teoria dovrei averne di più. Eppure non è così. Non c’è un motivo solo, ben definibile, grazie al quale ho superato le mie paure. È piuttosto un lavoro congiunto di più concause amalgamate fra loro dal passare del tempo. Ne elenco qualcuna: focalizzazione di obiettivi specifici (non lavorativi); nascita di nuovi interessi; piena (quasi intensa) attività quotidiana; conseguimento di piccoli successi; ripensamento delle mie abitudini quotidiane; approfondimento e studio di tematiche inerenti le mie competenze professionali, o collaterali ad esse. Non ultimo il fatto di  poter contare sulla porta sempre aperta di alcune persone sempre disposte a confrontarsi con me nei momenti più difficili.

Nel mio lungo periodo di disoccupazione, ho letto tanto, tantissimo, più che in ogni altro momento della mia vita. Non solo romanzi o libri. Ho letto e seguito numerosi blog e articoli scritti sul web. Ho fatto delle scoperte interessanti, ho incontrato autori che non conoscevo e che, non esagero, mi hanno cambiato la vita in un momento in cui la mia vita aveva bisogno di cambiare. Probabilmente ho incontrato le letture giuste nel momento giusto. Ho letto di tutto, anche cose che non avrei mai pensato di leggere, tipo libri sul ‘pensiero positivo’, o articoli sulla neurolinguistica o sul coaching, cose lontanissime da me e che ho sempre detestato. Continuano a non piacermi, ma mi hanno comunque lasciato qualcosa che credo abbia contribuito a migliorare la mia situazione. Ho letto storie di persone che hanno fatto scelte importanti, a volte controcorrente, e che hanno cambiato il proprio modo di pensare al lavoro, alla vita, ai soldi, a se stessi. Tutto questo è stato molto istruttivo. Mi ha insegnato per esempio a non puntare subito e direttamente all’obiettivo principale (che nel mio caso sarebbe stato quello di trovare un lavoro bello, soddisfacente e remunerativo come quello che avevo prima), ma a puntare ad obiettivi più piccoli, diversi, onestamente più facili da raggiungere. A focalizzare la mia attenzione su questi piccoli obiettivi perché sarebbero stati loro a lastricare la strada che mi avrebbe portato gradualmente verso obiettivi più importanti. Il bello è che la cosa funzionava. Ogni piccolo successo (dimagrire qualche chilo, svuotare un armadio e disfarmi di una serie di oggetti inutilizzati, fare attività sportiva con una certa regolarità, realizzare alcuni lavoretti in casa) mi dava la fiducia necessaria per affrontare la sfida successiva. Tutto questo mi riempiva la giornata, come e più di quanto lo faceva la mia normale attività lavorativa. Ho messo in discussione molte delle mie abitudini, e sono riuscito a cambiarne diverse: passo molto meno tempo davanti alla tv (lo facevo normalmente per lavoro, ed era diventata una deleteria abitudine anche da disoccupato); mangio molto meglio rispetto a prima (a parte sotto Natale); sto più attento alla mia salute, cammino molto di più, quando posso mi muovo in bici; evito spese non necessarie, il che è un bene non solo per il portafogli, ma diventa una forma mentis che ti spinge ad analizzare sempre cosa è necessario e cosa no, ad evitare di circondarsi di oggetti, ma anche di situazioni e abitudini dannose o quantomeno poco utili.

E poi mi sono messo a studiare, o meglio ad approfondire alcuni aspetti del mio (ex)lavoro, o forse sarebbe meglio dire della mia professione. Che come (e più) di molte altre, è stata rivoluzionata dall’informatica e da Internet. Ebbene, negli ultimi due anni le mie competenze sono cresciute molto di più rispetto, per esempio, a quanto siano cresciute durante i miei ultimi due anni passati in redazione. E questo oggi mi permette di propormi professionalmente in maniera molto più duttile. Tutto ciò, ovviamente, ha richiesto del tempo. In ogni senso. Questo processo che io racconto in poche (?) righe, è durato almeno un paio d’anni. E durante questo periodo le mie giornate si sono riempite via via sempre di più. Ho avuto sicuramente più tempo da dedicare anche alla mia famiglia (continuo a pensare che comunque tutto quel tempo di qualità che sono riuscito a passare con mio figlio non abbia prezzo) e a me stesso. E fra una cosa e l’altra le mie giornate sono diventate intense come e più che ai ‘bei tempi’. Il risultato è stato che ho avuto meno tempo per avere paura, o almeno meno tempo per pensare a tutte quelle cose a cui pensavo dopo essere rimasto senza un lavoro.

Anche le persone hanno contato, ovviamente. Due in modo particolare. La prima mi ha aiutato in due modi: economicamente, quando ho finito i risparmi che avevo da parte e ancora non mi arrivavano i soldi della cassa integrazione (ci è voluto oltre un anno), e moralmente trovando sempre la parola giusta al momento giusto. L’altra professionalmente (e di riflesso economicamente) dandomi fiducia quando neanche io credevo di meritarmela, e insegnandomi un nuovo lavoro.

Ancora non posso considerare chiusa questa fase della mia vita. La piantina è ancora troppo fragile, e il vento soffia ancora troppo forte. Ma oggi mi considero fortunato, o comunque più fortunato di tanti altri. Un mio ex-collega, più grande di me, si è tolto la vita pochi giorni fa. Non tutte le situazioni sono uguali, e non è detto che quello che è servito a me possa servire anche agli altri. Spero che chi leggerà questo mio post possa trovarlo in qualche modo utile, soprattutto se si trova in una condizione simile a quella che ho attraversato io. Non voglio o forse non sono in grado di dare consigli. Ma sicuramente la curiosità, la voglia di fare, la fiducia incrollabile nel fatto che ci sia comunque una strada da percorrere, la disponibilità a cambiare anche drasticamente, sono elementi fondamentali per superare le paure che ti attanagliano quando sei in una situazione del genere. Non sono qualità che tutti hanno. Io stesso non le avevo, le ho acquisite solo con il tempo. E non si acquisiscono davanti alla tv.

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