Perdere il lavoro 3: Cambia le tue abitudini

di adf


Come ho scritto in precedenza, dopo aver perso il lavoro, ho vissuto per un certo periodo con un senso di smarrimento, dovuto essenzialmente al fatto di trovarmi di punto in bianco a dovermi organizzare la giornata da zero. Lavorando in media una decina di ore al giorno, mi ritrovavo improvvisamente con ben dieci ore quotidiane da riempire in qualche modo. Non ci ero abituato.

panino

Normalmente la mia vita si svolgeva in maniera piuttosto regolare. Sveglia alle 7.00, colazione e poi fuori. Prima accompagnavo mio figlio a scuola, e poi andavo in redazione (l’ufficio era piuttosto vicino a casa mia, e muovendomi quasi sempre con lo scooter, la cosa era piuttosto rapida). Dieci ore circa al lavoro, con pausa pranzo al bar sotto l’ufficio, o con il classico panino/pizza alla scrivania nei giorni di maggior impegno. Poi, generalmente, a casa fra le 19.00 e le 20.00. Il tempo di cambiarmi e di giocare mezz’ora con il bambino, ed ero a tavola per la cena. Il dopo-cena, come scrivevo qui, era dedicato alla televisione, un po’ per motivi professionali, un po’ per diletto. Come molti rimandavo al weekend le attività estemporanee, le uscite con gli amici, le commissioni, le visite ai parenti ecc. La vita normale di una persona con famiglia. Una vita estremamente abitudinaria. Così abitudinaria da ritrovarmi completamente frastornato nel momento in cui mi sono ritrovato con dieci ore ‘libere’ in più. Non poter più osservare le mie vecchie abitudini mi spiazzava del tutto. Tanto che nelle prime settimane (forse nei primi mesi) ho continuato a conservare il conservabile: continuavo a svegliarmi alle 7.00 e a portare mio figlio a scuola, e fin qui niente di particolare. Il bello però è che anche se ero a casa (e ci sono stato per un bel po’), a metà mattinata scendevo al bar a prendermi un caffè, e all’ora di pranzo scendevo a prendermi un panino o un pezzo di pizza. Ridicolo, no? Ero a casa e avrei potuto prepararmi il caffè da solo e cucinarmi qualcosa a pranzo (non che mi mancasse il tempo per farlo). Non ho neanche la scusa che potesse essere lo stesso bar e la stessa pizzeria di sempre dove magari potevo scambiare due chiacchiere con gli abituali avventori che incontravo quando lavoravo. È questa la ‘forza dell’abitudine’, espressione che spesso usiamo anche senza riflettere sul suo significato e sulla potenza coercitiva che l’abitudine esercita sulle nostre vite. Giorno dopo giorno, ero diventato schiavo delle mie abitudini. Abitudini che a quel punto erano diventate dannose (non fosse altro che un panino al bar costa 4-5 euro).

Capovolgendo la prospettiva (questa sì, un’abitudine positiva, come ho imparato negli ultimi anni), perdere il lavoro da la possibilità di riorganizzare la propria vita. Di abbandonare le vecchie abitudini legate ai propri ritmi lavorativi e di acquisirne di nuove, più utili, più produttive e più salutari. Per me è significato soprattutto regalarmi molto più tempo ‘di qualità’ da passare con mio figlio. Se penso a quanto tempo ho passato con mio figlio negli ultimi quattro anni, rispetto a quello che ho passato con lui nei suoi primi sei anni di vita, non posso fare a meno di pensare che la mia vita sia stata migliore nei miei quattro anni di ‘precariato’ e disoccupazione che in quelli di benessere e di stipendio garantito. Chiaramente qui ci sarebbe da aprire una lunga parentesi da dedicare alla mia situazione economica di questi ultimi anni, ma mi porterebbe troppo off-topic e ho in programma un post a parte su questo argomento. Ho avuto la possibilità, per la prima volta, di adeguarmi io alle necessità e ai tempi di mio figlio (anziché il contrario), e considero questo un grande regalo che ho fatto a me stesso e a lui. Ho vissuto con lui momenti importanti, che potrei essere costretto a trascurare nuovamente nel momento in cui avrò la possibilità di tornare ad impegnarmi professionalmente per cinque giorni a settimana come prima. Ho potuto seguirlo a scuola e nello studio, nello sport e nelle sue piccole avventure di ‘scoperta del mondo’. Sono riuscito per la prima volta anche a dare una mano in casa a mia moglie che di contro, di fronte alle mie difficoltà, ha avuto necessità di impegnarsi di più nel suo di lavoro. Mi sono fatto carico di alcune incombenze che prima ricadevano esclusivamente su di lei, imparando a lavare e stirare, e a pulire la casa (per quanto mai abbastanza, secondo lei). Lavatrice, lavastoviglie e aspirapolvere non hanno più segreti per me. Insomma, in un certo senso, ho recuperato in parte dove prima la mia assenza era cronica. Partecipare di più alla gestione della casa mi ha fatto sentire per certi versi importante, aspetto da non sottovalutare quando ti investe la forte sensazione di impotenza e fallimento che deriva dalla perdita del lavoro.

Detto questo, gran parte del mio tempo lo dedicavo ovviamente alla ricerca (per troppo tempo infruttuosa) di un nuovo lavoro, nonché a gestire le conseguenze incredibilmente ingombranti di tutti gli strascichi che il mio vecchio lavoro mi aveva lasciato. C’era di mezzo il fallimento dell’azienda, contributi non pagati, difficoltà per recuperare i soldi del tfr e persino della cassa integrazione, e quindi avvocati, giudici, Regione, Inps e…. aiuto!.

Anche se ho scoperto la sua esistenza solo un anno fa o poco più, mi è stato molto utile per ragionare sulle abitudini, sui loro strascichi e di contro sull’importanza di costruirsi ‘buone abitudini’, un blog americano, zenhabits.net. L’autore è un blogger molto conosciuto che si chiama Leo Babauta, uno dei ‘guru’ del minimalismo americano. È scritto in un inglese piuttosto semplice ed è pieno di ottimi consigli per eliminare abitudini inutili e acquisirne di nuove più costruttive e salutari. Altamente consigliabile.

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