Quale futuro davanti

di adf


Guardo mio figlio Luca, davanti a me. Ha 9 anni (“…e mezzo!”, preciserebbe lui), e come si suole dire… tutta la vita davanti. Lo guardo nella sua tenuta da trekking economica ‘made in Decathlon’. Si sente troppo fico… Siamo in campeggio per un ‘weekend dei maschi’, io e lui, in tenda vicino Tivoli.
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Siamo tornati ora da una gita che non mi aspettavo così massacrante, da Pisoniano, passo dopo passo, fino su al Santuario della Mentorella, lungo quello che viene chiamato Percorso Woityla (qualcuno di importante ci ha preceduti). Io sono stravolto, malgrado quest’anno non mi sia negato un po’ di allenamento. Lui è stanco, sì, ma sembra felice. Ride per ogni stupidaggine e, mentre io preparo da mangiare, lui è lì tutto concentrato sulle sue carte di Yu-Gi-Ho (si scrive così?). Nel giro di un paio di mesi, è la seconda piccola vacanza che ci concediamo insieme. Ogni volta l’ho immaginata come l’occasione per scambiare due chiacchiere più… importanti. Ma anche stavolta mi arrendo davanti alla sua gioventù disarmante e bellissima. È ancora presto per insegnargli tante cose. Eppure mi sento addosso una grande pressione: vorrei renderlo partecipe delle mie cose, della mia vita, dei miei pensieri, anche dei miei errori, insegnargli quello che io ho imparato sulla mia pelle, in modo che lui non debba viverlo sulla sua. Ma non si può, non è il momento. Mi trattengo, e rimango in ammirazione della sua innocenza.

Ma le domande, quelle restano. Quale futuro ha davanti Luca? E cosa posso realmente fare per rendergli le cose più leggere?

Noi figli dell’Era dei Servizi, siamo stati educati per trovarci allineati con una società come quella che sta finendo, o che quantomeno è in profonda crisi. È ovvio dunque che il nostro sbandamento sia forte. Ci vengono a mancare gli appigli che ci hanno insegnato essere fondamentali per andare avanti: il lavoro, l’unione familiare, il successo personale, la capacità d’acquisto… persino la vecchiaia serena. Ci avevano insegnato che studiando, impegnandoci nel lavoro, sacrificando il nostro tempo, avremmo avuto soldi, soddisfazioni, la possibilità di accedere a status symbol e a posizioni di prestigio. Avremmo continuato così, lavoro in cambio di soldi, finché avremmo retto, poi ci sarebbe stata la ricompensa finale: una bella pensione per gli anni meno facili. Ora sappiamo che non sarà così, almeno per molti di noi. Il nostro futuro è diventato un’incognita. E se è un’incognita il nostro, figuriamoci quello dei nostri figli.

E allora adesso cosa faccio? Cosa insegno oggi a mio figlio? Nato anche lui nell’Era dei Servizi, dovrà probabilmente crescere in un’Era diversa. Qual è il mio ruolo in tutto questo? Come faccio ad insegnare quello che io per primo non so? Dovrei ‘passargli’ quello che a suo tempo è stato passato a me? Anche se sospetto che sarà totalmente inadeguato rispetto a una società che sarà probabilmente del tutto diversa? Oppure devo insegnargli il contrario, così, alla cieca, sperando di indovinarci? I modelli di ieri saranno ancora validi? Fin dal momento in cui mio figlio è nato, sono sempre stato convinto della necessità di prevedere un lungo periodo di studi per lui. È sempre stato un mio chiodo fisso: dovrò mettere via i soldi per la sua università. Adesso, non solo rischio di non avere più quei soldi, ma comincio anche a dubitare dell’utilità di un lungo curriculum di studi. Roma pullula di laureati disoccupati, e le altre città non sono da meno. E se domani fosse più utile saper fare che sapere e basta?

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