Austerità: fra scelta e imposizione

di adf


Inizialmente avrei voluto semplicemente scrivere un commento al post pubblicato da Minimo. Ma l’argomento è troppo importante (o almeno così pare a me) per liquidarlo in poche righe. È importante perché, per quanto io sia d’accordo con Simone Perotti quando scrive (Avanti tutta) che l’unica rivoluzione oggi possibile è quella individuale, è innegabile che il problema da affrontare riguarda tutti, come singoli ma anche come famiglie, classi sociali, popolazioni addirittura, e interi continenti (il nostro soprattutto). Qual è il problema? Banalmente, e a livello individuale, quello di non riuscire più a sostenere lo stile di vita degli ultimi anni, in cui non si fa più differenza fra desideri e bisogni reali. Più generalmente, a livello di società (quella ‘Occidentale’, ovvio), quello di non riuscire più a sostenere un modello economico basato sui presupposti che ben conosciamo: la promessa di poter soddisfare qualunque desiderio/bisogno attraverso la formula lavoro-guadagno-consumo. Sappiamo come funzionano le cose in realtà (i soldi non fanno la felicità, anche i ricchi piangono, ecc.), e sappiamo peraltro, lo stiamo imparando sulla nostra pelle, che il sistema non è affatto garantito. Anzi, per usare un termine tristemente alla moda, è decisamente precario. Basta che una farfalla sbatta le ali (o che si verifichi una bolla immobiliare, o che un finanziere truffi i suoi clienti, o che un terremoto colpisca una centrale nucleare…) dall’altra parte del mondo, che dalle nostri parti decine, centinaia, migliaia di famiglie perdano potere d’acquisto, o direttamente l’introito mensile di un lavoro, magari l’unico introito di casa. Ma se io perdo il lavoro, il meccanismo sociale secondo il quale attraverso il lavoro (e il guadagno che ne deriva) io posso soddisfare qualunque desiderio/bisogno, viene a cadere. È questa la (temibile) situazione in cui però finalmente (?) torniamo a capire davvero la differenza fra desiderio e reale bisogno. O, se preferite, fra bisogno indotto e reale necessità. Se e quando le cose vanno bene (attenzione la stortura del sistema è che anche quando le cose vanno bene, comunque qualcuno, da qualche parte del mondo, paga il conto), sappiamo come funziona. Ho un lavoro, so che ogni mese mi entrano X euro, so che per mangiare, casa, scuola, auto ecc. spendo Y euro, mi restano W euro per i miei lussi (chi le sigarette, chi la pay tv, chi i viaggi, chi l’iPad ecc.), e se faccio il bravo forse riesco anche a mettere da parte qualche cosa. Se sono meno bravo, magari faccio qualche debito con una banca o una finanziaria per comprarmi il televisore nuovo, o la casa. La domanda è: quali di queste spese sono per bisogni reali e quali sono per bisogni indotti, e quindi per non-bisogni, semplici desideri? Quando le cose vanno bene, la maggior parte di noi fa fatica a distinguere i due stati, bisogno e desiderio. È vero, siamo noi stessi che, spinti dalla pubblicità e dalle altre lusinghe del mercato, trasformiamo queste proposte prima in desideri, poi in bisogni, infine in soddisfazioni brevi e fugaci. Scopriamo la differenza quando l’equilibrio lavoro-guadagno-spendo (o peggio, voglio spendere di più-lavoro di più-per guadagnare di più) si rompe. Non lavoro più (o lavoro meno), non guadagno più (o comunque di meno), non posso più comprare quello che compravo prima. Ecco che improvvisamente capisco quali sono le priorità, quali i bisogni reali e quali i semplici desideri. E va di lusso se lavoro ‘di meno’, perché magari le reali necessità riesco comunque a coprirle. Ma se il lavoro finisce del tutto… Ecco un esercizio utile per tutti: prendete il vostro bel prospettino Excel (perché ce lo avete un prospettino entrate-uscite mensili in Excel, vero?), andate alla voce ‘Entrate’ e dimezzate la cifra delle vostre entrate da lavoro. Ora andate sulle uscite, e cominciate a tagliare finchè non raggiungete una voce inferiore a quella delle uscite. Ci siete riusciti? Quali voci avete tagliato? Quelle voci non corrispondono a bisogni reali. Siete sicuri di voler continuare a spendere tutti questi soldi per non-bisogni? Non riuscite a raggiungere una cifra più bassa di quella delle entrate? Attenzione, siete a rischio. Ed abbiamo solo ipotizzato una situazione del tipo: avete perso il lavoro ma ne avete trovato un altro dove guadagnate la metà di prima; oppure avete perso il lavoro ma avete ancora la rendita di quell’appartamento che avete dato in affitto… Proviamo a ipotizzare una situazione più estrema? Avete perso il lavoro. Avete davanti il vostro bel prospettino e l’estratto conto bancario. Tagliate il tagliabile e poi calcolate: quanto potete resistere senza trovare un altro lavoro? Obiezione! Io il lavoro ce l’ho, continuo a guadagnare quello che guadagnavo prima, perché devo rinunciare oggi a soddisfare i miei desideri, anche ammesso che siano indotti da terzi? Giusto. Perché? La prima ragione che mi viene in mente è di tipo conservativo: risparmio parte o tutti i soldi che normalmente spendo per i miei ‘bisogni irreali’ e li metto via per garantirmi la più lunga sussistenza possibile dal momento in cui potrei ritrovarmi senza lavoro o con una riduzione del lavoro (mi spiace, ma oggi viviamo in un mondo nuovo: può accadere). La seconda è di tipo propositivo: uso quei soldi in maniera diversa, li investo in attività secondarie (attenzione: in attività, non in azioni, assicurazioni o obbligazioni…) che domani potrebbero trasformarsi in opportunità di guadagno o di risparmio. La terza è di tipo qualitativo: taglio quelle spese ‘di troppo’, razionalizzo le mie uscite, scopro che ho bisogno di meno soldi per vivere e decido di cambiare le mie priorità, dedicando meno tempo al lavoro e più tempo a me stesso, ai miei affetti, ai miei hobby. In ogni caso, vivere in modo più ‘austero’ sembra renderci più forti: posso resistere di più se perdo il lavoro, ho altre fonti di guadagno se le cose si mettono male, ho interessi, coltivo una cerchia di affetti e amicizie forte e sincera. Non solo. Sono io che prendo in mano la mia vita: spezzo il meccanismo che mi spinge a lavorare di più per consumare di più. Una delle tante false promesse di questo capitalismo dopato, del neo-liberismo che ha portato, sì, una crescita ‘miracolosa’, ma che oggi presenta un conto salatissimo. Come si vede, è ancora una volta un percorso da intraprendere individualmente, per scelta. Una rivoluzione? Io non la chiamerei così. Si tratterebbe forse di riacquisire quello spirito (peraltro comune negli italiani di qualche tempo fa) che nell’austerità trovava dignità e genio, e non il senso di impotenza e frustrazione che si rischia imponendola politicamente (ed economicamente) dall’alto.

Quando so cosa mi è veramente necessario e cosa no, sono più libero.

Vi segnalo:

Serge Latouche sulla fine del capitalismo qui

Un’interessante intervista all’economista cinese Fan Gang qui

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