Gesti di mille anni

di adf


Credo di aver capito cosa veramente mi piace delle arti marziali. Non le ho mai praticate, solo quest’anno per la prima volta mi sono avvicinato a quella che è forse la meno marziale di tutte, il Tai Chi. Però mi hanno sempre attirato, fin da quando ero bambino. Ma che mi piacessero quando ero bambino è abbastanza comprensibile, a quale bambino non piacciono? E a quale adolescente? Dopo, di solito, a meno che uno non le pratichi, la cosa finisce lì.

E invece a me non è successo. Continuavo con piacere a seguire in tv programmi che parlavano di arti marziali, a vedere i film di Bruce Lee e dei suoi emuli, a leggere qualcosa quando mi capitava. E in tutti questi anni, quando mi è successo di incontrare qualcuno che invece praticava, mi sono sempre infilato in conversazioni sul tema, sul come, sul quando, sul perché. Oggi, casualmente, credo di aver capito perché sono sempre stato affascinato dalle arti marziali. È successo che la lezione di Tai Chi è saltata a causa dell’assenza improvvisa di Fabrizio, il Maestro che tiene il corso cui partecipo. Quasi tutti sono stati avvertiti per tempo. Io no perché non avevo lasciato il mio numero di telefono. Quando sono arrivato in palestra ho trovato lì solo Massimo, un mio ex collega, Maestro in diverse discipline. È stato tramite lui che ero venuto a conoscenza di questo corso, e già qualche anno fa, visto il mio interesse, aveva cercato di avvicinarmi al Ju Jitsu. Non potendo fare lezione di Tai Chi, Massimo ha proposto a me e a un’altra allieva del corso arrivata poco dopo, di dedicare il tempo della lezione ad imparare i primi rudimenti del ‘Bōjutsu’, tecnica di origini giapponesi per il combattimento con il Bō, ovvero un bastone lungo (circa 180 cm). È stato divertente, oltre che istruttivo. Ma soprattutto mi ha fatto apprezzare un aspetto forse banale, e comunque da sempre sotto i miei occhi, ma sul quale non mi ero mai soffermato a riflettere. I movimenti del combattimento con il bastone sono molto naturali. Naturali nel senso che se mettessimo un bastone in mano ad un bambino e gli dicessimo di colpire un manichino o di difendersi dall’arrivo di un colpo, molto probabilmente quel bambino farebbe movimenti molto simili a quelli che Massimo mi ha insegnato oggi. Simili, ovviamente, non identici. Perché i movimenti del ‘Bōjutsu’ sono in realtà sì, movimenti istintivi che ogni bambino farebbe, ma molti secoli fa sono stati ‘presi’ da qualcuno che si è concesso il tempo di analizzarli, valutarli, migliorarli, renderli più efficaci, più fluidi, immaginando delle sequenze, ottimizzando i movimenti, studiando gli effetti e ripensando la tecnica. E infine insegnandola. E qualcuno dopo di lui ha magari apportato delle modifiche, o meglio delle varianti, studiando movimenti nuovi e diversi. E in questo modo, nei secoli, la tecnica si è evoluta fino a diventare arte. Da un’altra parte del mondo, magari in Cina, qualcuno si è invece guardato intorno e ha cercato di incarnare gli elementi naturali esterni (acqua, fuoco, terra, legno e metallo) in movimenti corporali ben codificati in grado di apportare benefici salutari e al tempo stesso di costituire una tecnica di autodifesa. E ha ripetuto quei movimenti per ore, giorni, mesi, anni… E un altro ancora ha copiato le tecniche di lotta degli animali adattandole al corpo umano. E negli anni, nei decenni, nei secoli, queste tecniche sono state studiate, modificate, adattate, migliorate, perfezionate, fino a diventare vere e proprie arti di combattimento. È qualcosa che mi fa pensare all’acqua che giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, scava la roccia e la rende liscia e perfetta. Senza fretta, con metodo, con costanza. Ecco cosa mi piace delle arti marziali.

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