Il mio tempo vale. Ma quanto vale il mio tempo?

di adf


Ultimamente mi è capitato più volte di riflettere sul valore del mio tempo. E facendolo, non mi è stato possibile non pensare al mio tempo passato e a quanto di questo tempo è stato, in un certo senso, sprecato, buttato via senza capirne il reale valore. Negli ultimi anni la mia vita è cambiata radicalmente. Ho cominciato a lavorare due mesi dopo essermi diplomato, e da allora non ho più smesso, diciamo fino alla fine del 2008. L’azienda per la quale lavoravo è fallita e io mi sono trovato in una situazione per me assolutamente inedita: disoccupato. Nei 21 anni in cui sono stato ‘dipendente’ di diverse aziende senza soluzione di continuità, sono stato perfettamente inserito in un sistema che, pur nella sua imperfezione, funzionava. La mia applicazione, il mio entusiasmo, i miei sacrifici anche, sono stati puntualmente (anche adeguatamente?) ricompensati attraverso quegli strumenti che il sistema prevedeva: gratificazione, non solo economica, ruolo sociale, accesso all’acquisizione (o all’acquisto) di tutta una serie di beni materiali e immateriali che questa vita, la nostra vita, consente. In cambio, ho dovuto dare l’unico bene di mia assoluta proprietà, il mio tempo. Una risorsa che, per definizione, è altamente volatile, limitata e dunque estremamente preziosa. Una risorsa con queste caratteristiche andrebbe gestita con grande attenzione, e il suo esatto valore andrebbe adeguatamente calcolato ogni volta che un nuovo stimolo esterno richiede una sua nuova allocazione. Il primo esempio, forse banale, ma su cui io per primo non ho riflettuto mai abbastanza è questo: quanto valgono le 9-10 ore al giorno per cinque giorni alla settimana, che per più di undici mesi all’anno un lavoratore ‘vende’ a questo sistema? Banalmente, non è facile dare una risposta. Perché questo nostro ‘sistema’ non valuta il tempo fine a se stesso, ovvero non lo considera in quanto tale, ma lo include in un ‘pacchetto’ che oltre al tempo considera ulteriori variabili come per esempio il bagaglio di conoscenze e competenze che un lavoratore porta con sé (alle 8 ore di un architetto viene attribuito più valore che alle 8 ore di un operaio), o il luogo geografico dove il lavoratore ‘vende’ il suo tempo (alle 8 ore di un commesso di Milano viene dato mediamente più valore che alle 8 ore di un commesso di Palermo), e così via… Il tutto poi viene filtrato attraverso una specie di setaccio che prende il nome di ‘mercato’ che ha generalmente l’ultima parola nel definire quanto vale il tuo lavoro, e quindi il tempo che ad esso dedichi. Eppure un valore preciso il tuo tempo deve averlo per forza, indipendentemente dallo scopo per il quale lo impieghi. Intendo un valore assoluto, scevro da quelle che sono le valutazioni ‘terze’, altro dal suo ‘valore di mercato’. Cambiamo punto di vista. Lasciamo perdere il valore che gli altri danno al nostro tempo, e vediamo che valore diamo noi al nostro tempo. Per comodità lo chiamerò valore interiore. Il valore interiore che io posso dare al mio tempo sarà, gioco forza, diverso da quello che tu darai al tuo. Questo perché anche il mio valore interiore riflette alcuni stimoli esterni che variano da individuo a individuo. Reminiscenze di economia di base (se ancora ricordo qualcosa): l’economia è la scienza che studia le scelte dei singoli (e della società) per impiegare risorse scarse in modo da ottenere la massima soddisfazione possibile. Dunque il singolo sceglie di impiegare una risorsa scarsa come il suo tempo in un modo piuttosto che in un altro, a seconda della soddisfazione che ne ha in cambio. Di conseguenza il valore che diamo al nostro tempo cambia in relazione a come lo utilizziamo: se lo utilizziamo in modo da ottenere la massima soddisfazione, il suo valore sarà molto alto, se invece lo utilizziamo in un modo che non ci permette di trarne la massima soddisfazione, avremo in un certo senso svilito il suo valore. Ma ancora non ci siamo, pur avvicinandoci a qualcosa di più sensato, stiamo di nuovo definendo il valore del nostro tempo utilizzando strumenti e categorie esterne a noi. Ma è davvero difficile riuscire a stabilire un valore assoluto. È impossibile, probabilmente. Forse è meglio tornare a concentrarci sulle caratteristiche di questa nostra risorsa. Come dicevamo, si tratta di un bene estremamente volatile, ma soprattutto limitato. “Si muore un po’ ogni giorno”, giusto? Ogni giorno che viviamo è un giorno in meno che ci resta da vivere, dunque una risorsa per sua natura già scarsa, lo diventa sempre di più man mano che passano gli anni, i mesi, i giorni, le ore. E come conseguenza diretta, il valore del nostro tempo aumenta man mano che il tempo a disposizione diminuisce. Sembra banale, o almeno io lo avrei considerato tale fino a poco tempo fa. Ma non lo è. Non sappiamo quanto vale il nostro tempo in senso assoluto, ma vale tantissimo. Molto, troppo di più rispetto al suo ‘valore di mercato’. L’ho capito tardi, e per capirlo ho dovuto scendere dalla giostra per un po’, gustare il sapore del tempo passato fuori da un ufficio, usarlo per approfondire, per vivere esperienze diverse, per stare di più a casa, per stare di più con le persone che mi sono vicine, per appassionarmi ad altro. Non è stato e non è facile. La rata del mutuo è sempre lì a ricordarmelo, e un po’ di tensione c’è sempre. Se oggi mi facessero “una proposta che non puoi rifiutare”, probabilmente la accetterei, ma perché si tratti di un’offerta veramente non rifiutabile, dovrà tenere conto di quanto io oggi reputi prezioso il mio tempo.

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