Problemi di autodisciplina

di adf


Dopo aver vissuto per tanti anni in un certo modo, non è facile ribaltare improvvisamente abitudini consolidate, convinzioni attecchite, atteggiamenti radicati. Me ne accorgo quando, nonostante i miei buoni propositi, mi ritrovo ancora ogni tanto a sbirciare nelle vetrine dei negozi di abbigliamento, ad aggiungere ‘occasioni imprendibili’ a qualche carrello della spesa virtuale, a salvare dalla mia vena ‘declutterina’ quell’oggetto inutile dal quale però fatico a separarmi. Credo sia normale: le rivoluzioni che durano sono quelle fatte per gradi, guidate dalla razionalità più che dalla furia rinnovatrice. Non me la prendo più di tanto con me stesso, quindi. Preferisco guardarmi in giro e leggere delle esperienze di chi ha intrapreso questa strada molto prima di me. Questo mi incoraggia, quando addirittura non mi entusiasma. Ha ragione Joshua Becker quando nel suo Simplify (disponibile anche su Amazon come e-book) invita a cominciare a semplificare la propria vita e il proprio ambiente partendo dalle cose meno difficili, più a portata di mano, per poi salire di grado. Il successo entusiasma e porta inevitabilmente a un altro successo. Ho qualche problema di autodisciplina, questo è vero. Non su tutto, su molte cose sono un treno. Su altre invece mi adagio, mi lascio prendere dalla pigrizia, trovo scuse, rimando. Mi piace viziarmi a tavola, anche se dovrei perdere qualche chilo (più di qualche in realtà). Ma i miei tentativi di dieta di solito falliscono miseramente. Anche nel lavoro, nonostante risultati generalmente più che accettabili, ho sempre avuto il problema di non riuscire a trovare una misura di comportamento razionale. Avevo una settimana di tempo per completare un articolo? Di solito mi riducevo a una lunga maratona notturna a poche ore dalla consegna. E ora che ci penso, funzionava così anche quando studiavo. Un altro esempio. Mi piacerebbe fare sport con una certa continuità, e mi sarebbe sempre piaciuto farlo. Ma non ci sono mai riuscito. Da ragazzo ho giocato a basket al liceo, e anche a calcio. Nel primo caso i risultati non erano male (il secondo meglio lasciarlo perdere), eppure, finito il liceo… non mi andava più. Nell’arco di circa vent’anni, diciamo dai 18 ai 38, mi sarò iscritto almeno dieci-dodici volte in palestra (palestre di tutti i tipi, da quelle scalcinate a quelle più fighette) con il risultato che mediamente non sono riuscito ad andare oltre i primi due mesi di frequenza. Senza contare le esperienze più ‘esotiche’, come quella volta che mi lasciai trascinare a scuola di equitazione (ma non parlavamo di sport?), o quei due anni interi (bellissimi per la verità), passati in piscina per prendermi due brevetti sub (ma non faccio più immersioni da almeno sei anni). L’ultima debacle si chiama golf. Due miei amici mi trascinano controvoglia a giocare a golf (molto scorretti per la verità: si sono presentati al mio quarantesimo compleanno con un paio di scarpe da golf in regalo). Dopo poco mi scopro innamorato della disciplina, mi alleno, pago delle lezioni, compro ovviamente tutto l’occorrente (da questo punto di vista, sono sempre stato attivissimo). Troviamo anche un circolo molto economico dove giocare. Passato il primo anno senza aver raggiunto un livello di gioco accettabile, comincio a diventare molto meno assiduo, non mi alleno, gioco poco, non ho tempo (mi dico, ma in realtà è un brutto periodo e la testa è altrove), e la qualità del mio gioco, ovviamente, peggiora ancora. Finché nel giugno scorso non ho affrontato uno dei campi più belli e difficili qui vicino a Roma. Un disastro. Mentre rimetto la sacca in macchina, decido che quella è stata la mia ultima partita a golf. Ora la mia attrezzatura è in vendita su e-bay, e spero vivamente di riuscire a disfarmene, perché con i soldi che ho programmato di ricavarne, ho già comprato una bicicletta, che è la mia nuova scommessa sportiva. Mi piace, mi diverte, mi da soddisfazione e mi permette di fare movimento in compagnia di mio figlio. Durerà? Forse sì, d’altra parte la rivoluzione è appena cominciata.

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