Da dove vengo – pt 2

di adf


A 18 anni, dunque, ho cominciato a lavorare. L’ambiente era decisamente stimolante. C’era gente strana, molto creativa, che aveva fatto esperienze particolari e dalla quale cercavo di trarre più insegnamenti possibile. E lì ho scoperto che lavorare mi piaceva. Ho sempre dato il massimo, anche quando non ero ancora pagato (ricevevo in realtà un mini rimborso spese, per me era oro, ma loro sembravano quasi sentirsi in colpa per il fatto che io non ricevessi un vero stipendio). Ma in realtà non ci volle molto perché la mia posizione lì dentro fosse inquadrata in maniera più limpida (erano davvero altri tempi). Il mio lavoro veniva apprezzato, e molto. Venivo incoraggiato e questo mi portò ad imparare sempre più velocemente. Non avevo neanche vent’anni e già guadagnavo una cifra di tutto rispetto. Vivevo con mia madre e mia nonna (non avevo dunque grandi spese), e a parte un piano previdenziale aperto su raccomandazione dei miei, mi ritrovavo con in tasca un bel po’ di soldini. Potevo fare una vita diversa da quella fatta fino a quel momento. Potevo uscire con i miei amici quando volevo, e visto che la maggior parte di loro non lavorava, di solito ero quello vestito con i jeans alla moda, la scarpa da fighetto e il giaccone di marca. Diventò una specie di vizio. Compravo in continuazione, e non solo vestiti: c’era l’impianto hi fi, l’autoradio (l’auto anche, ma mai nuova, sempre usata), i primi computer, le vacanze… Mi sembrava normale, ed era diventata un’abitudine. Tanto da arrivare a criticare chi non si comportava come me. Le cose migliorarono ulteriormente (e dunque le mie abitudini peggiorarono) quando nel ’92 la mia azienda, acquistata da un grande gruppo editoriale francese, si trasferì a Milano. Molti miei colleghi si rifiutarono di seguirla, e dunque io fui giudicato un personaggio strategico, da arruolare assolutamente. Ci guadagnai un praticantato giornalistico e un sostanzioso aumento di stipendio. Va da sé che spendere soldi a Milano è facile quanto spenderne a Roma. E come se non bastasse divenni anche un buon finanziatore delle Ferrovie dello Stato, dato che un weekend sì e uno no, tornavo a casa. Ricordo distintamente che dopo i primi tre anni feci un calcolo approssimativo di quanto avevo speso solo di treni, e la cosa mi fece una certa impressione. Per farla breve, durante i miei sei anni a Milano, le mie entrate praticamente raddoppiarono, ma nonostante questo, nel momento in cui decisi di tornare a Roma, in banca avevo i soldi della liquidazione appena ricevuta e poco altro. A Roma tornai con quella che adesso è mia moglie, e che dal 2002 è anche la madre di mio figlio Luca. Piuttosto spendacciona anche lei, se posso dirlo, ma a differenza di me, per niente organizzata. Io almeno, da diversi anni, registro le mie entrate e le mie uscite su un foglio Excel, e dunque so quando conviene rallentare un minimo. Sono tornato a Roma con un nuovo contratto di lavoro già firmato e dunque con uno stipendio (buono) garantito. La mia compagna ha avuto qualche difficoltà in più, malgrado la sua esperienza professionale, e rimbalzò per qualche tempo fra contratti a tempo determinato e agenzie interinali. Comunque i soldi non mancavano, e le opportunità per spenderli neppure. Vacanze, vestiti, attività sportive e chi più ne ha… Credo avrò bisogno di una terza parte per questo post, mi sto dilungando troppo.

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